Uno squillo ti penso, due squilli ti amo.

Riflessi

Sarà che è lunedì. Piove. Fa freddo. E’ finito il caffè. Il dannato libro del Goethe C2 da solo non vuole proprio studiarsi.

Forse questo mood nostalgico ne è la diretta conseguenza?

Sarà.
Oggi però stavo pensando che in fondo ho solo 23 anni, eppure tra me e i bambini e adolescenti di oggi (che poi io cosa sono: adolescente, adulta, nella terra di mezzo?) noto un divario enorme, anche se dopotutto è passata solo mezza generazione. Che poi, probabilmente, è quello che i trentenni pensando di noi.

Stamattina ero al supermercato (entusiasmante la mia vita da neolaureata) e ho visto una bimba fare la spesa con la nonna. Era seduta nel carrello e tra le mani aveva un Tablet più grande di lei, da cui non staccava le dita e gli occhi nemmeno per un secondo.

Sì, ok. Se li avessimo avuti anche noi, probabilmente avremmo fatto la stessa cosa, ma non c’erano, e io sono felice di essere riuscita a crescere in un mondo senza troppa tecnologia; quando ancora non c’era uno stupido maiale disegnato male a invadere gli schermi e le uniche foto della mia infanzia sono su pellicola, non in giro per il web.

A casa avevo un Windows ’98 con lo schermo a tubo catodico, super ingombrante, ricordo che mio padre aveva dovuto comprare una scrivania apposta su cui metterlo, perché sulla mia non ci stava. Ci metteva 10/15 minuti buoni per accendersi, più altri 2/3 per avviare ogni programma. I CD erano ancora rari, si usavano i Floppy. Non aveva la connessione internet, lo usavo soltanto per giocare a Flipper, pastrocchiare con Paint e fare le ricerche per la scuola con Encarta 2000, che mio papà aveva preso con i punti dell’Esselunga.
Installammo la connessione internet qualche anno dopo, andavo già alle superiori, forse in prima. Era quella col cavo, che occupava la linea telefonica, in poche parole, o usavi il telefono o ti connettevi a internet. Mia mamma mi permetteva di stare online al pc solo un’ora la sera, ma io lo accendevo di nascosto durante il pomeriggio, quando a casa non c’era nessuno, per connettermi su MSN e giocare ai giochi di ruolo. Peccato però che mia mamma mi sgamasse sempre, perché chiamava puntualmente ogni pomeriggio e trovava il telefono occupato. Così, dopo un po’, ho imparato a chiamarla per prima per dirle che ero tornata da scuola e le volevo tanto bene, in modo che poi non richiamasse più. (Ciao mamma!)

Ripeto, sono contenta di essere cresciuta così, perché probabilmente io stessa, se avessi ora 15 anni, passerei il mio tempo con il naso appiccicato allo schermo dell’Iphone. Invece, ai tempi delle mie prime cotte, chiedere il numero di cellulare a un ragazzo era una cosa enorme, importantissima. Mi ha dato il suo numero, ommioddio gli piaccio!
E sorrido, ripensando a quando ancora credevo che avrei fatto l’amore solo con il mio principe azzurro. Forse era proprio l’assenza di tecnologia così invadente a rendere tutto più magico.

Ma oggi va così, nostalgica come la pioggia.

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